Regalo n. 3

11 gennaio 2010


Finiti di leggere i primi due romanzi della Trilogia di New York e iniziato il terzo, posso dire che mi hanno lasciata un po' perplessa.


Città di vetro mi ha fatto venire gli incubi di notte, il che potrebbe anche essere un pregio. Anzi, credo proprio che lo sia.


Fantasmi mi ha dato sui nervi, ma considerando che lo stato d'animo del protagonista è simile a quello di un animale braccato, forse, anche qui, l'autore ha colto nel segno. Però, ho odiato il finale frettoloso e insensato.

Ecco, il problema è che rimane piatto. Diciamo che le storie, pur essendo diverse, alla fin fine, hanno gli stessi temi di fondo: la solitudine, il fallimento e l'assurdo. Sì, perché sono racconti definiti "detective stories", ma non sono propriamente dei gialli: rasentano l'assurdo, appunto.

Senza dubbio Città di vetro è più bello, con un carinissimo gioco metaletterario e l'ossessione per la lingua. Non l'organo, ma l'idioma, il linguaggio.

Poi New York, l'indiscutibile vera protagonista dei romanzi. E i suoi barboni. Un'ossessione.


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