Sugna, Floristrazio, Sepulcrio & co.

22 marzo 2010


Sarà che mi piacciono i nomi strambi, e qui ce ne sono a profusione, ma questo Tito di Gormenghast mi è piaciuto molto.

È lento, prolisso, con una prosa difficile e aulica, ma, come dice sempre Colui Che Non Deve Essere Nominato (e che invece, regolarmente, qui e in ogni dove, viene citato) non è difetto, è carattere.

Dicono che sia un libro fantasy. Non aspettatevi folletti, gnomi, elfi e orchi, però. Sarete per tutto il tempo immersi nel castello scuro, imponente e grigio di Gormenghast, con qualche incursione poetica tra gli Esterni. Dove? Non si sa. Quando? Non ci è dato saperlo ed è irrelevante, ovviamente.

I personaggi sono uno più pazzesco e surreale dell'altro, e C. S. Lewis, l'amichetto di Tolkien, ha coniato per l'occasione il termine gormenghastly, dove ghastly starebbe per spaventoso. In effetti, non credo che il romanzo possa inserirsi così in toto nel genere fantasy, ed è ovvio che Mervyn Peake, l'autore, abbia in qualche modo rivisitato il genere. Comunque, non capisco molto bene a cosa dovrebbe riferirsi ghastly: di spaventoso, nel senso di orrorifico c'è bene poco. Certo, le atmosfere sono cupe, ma popolate da personaggi assurdi e grotteschi.

Prima che scrittore, Mervyn Peake fu illustratore e credo che leggendo alcuni passi del libro risulti molto evidente.

Anche questa è una trilogia, ma stavolta leggerò il seguito.

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