Maladéti i Zorzi Vila!

29 gennaio 2011


Editore: Mondadori
Anno: 2010
Collana:Scrittori italiani e stranieri
Pagine: 468
Legatura:cartonato con sovraccoperta
Prezzo: 20.00 €
ISBN: 978880454675




Ero partita col pregiudizio, tanto che, quando il Signore Oscuro si è presentato a casa con questo regaletto gli ho detto, molto sinceramente: "Ma non dovevi!". Tuttavia, io sono contenta anche se mi regalano un disegnino, perché è vero che è il pensiero quello che conta.

Il pregiudizio era quello di stare per leggere una cosa come Il Fasciocomunista, comprato dopo aver visto il film che tanto mi aveva divertita. Non che sia una zozzeria, ma non ha assolutamente il ritmo e la vitalità dei personaggi del film che mi hanno conquistata; ed era anche quello di stare per leggere un'opera che ha vinto il Premio Strega, nel senso: anche La solitudine dei numeri primi lo ha vinto...

Ora, dopo aver letto, invece, Canale Mussolini, capisco anche il motivo per cui Pennacchi dice che tutti i suoi lavori precedenti sono nati e stati scritti solo per arrivare a quest'ultimo.

Per quanto mi riguarda posso dire che, nel complesso, il libro è un buon libro. Io adoro le saghe familiari e qui c'è uno stuolo di figli, nipoti, nuore e generi da seguire per quasi 40 anni di storia italiana, soprattutto fascista. Certo, rimangono tutti un po' in lontananza, riusciamo a sentire il loro calore come comunità, ma quasi mai Pennacchi riesce a trasmetterci un calore singolo, un'idea di individualità. Neanche quando vorrebbe, mi permetto di dire.

Ed è un peccato. Perché, come dice Nazione Indiana, "Gli editori del Bel Paese sono ossessionati dal - grande romanzo italiano - [...] forse deve ancora nascere il romanziere che ci dia il nostro Tamburo di latta, oppure qualcosa come I figli della mezzanotte. Intanto ci accontentiamo di questo Canale Mussolini". E, in effetti, ci accontentiamo: man mano che si va avanti con la lettura, ma soprattutto quando finiamo, ci accorgiamo che per tutto il tempo abbiamo aspettato qualcosa che non è mai arrivato. Pennacchi non ci arriva lì, in quel punto beato che permette il capolavoro.

E non perché il racconto è troppo pieno di flash-back o per il dialetto (come ho letto in molti luoghi, ovviamente sempre sul web) o per il tono grottesco in cui racconta le tragedie della storia italiana. Anzi, io questi li trovo punti di forza, seppur ammetto che avrebbero potuto essere sfruttati in maniera più abile.

Non ci arriva al punto beato perché non riesce a far entrare del tutto la Storia nella storia, non riesce a farcela entrare in modo indolore, in modo pulito. Non che ci siano forzature eh, ma le digressioni che rasentano il didascalico non possono altro che farci sentire uno strappo.

Per farvi capire che intendo, non sto leggendo Memorie di Adriano, ad esempio, non c'è quella fluidità, quella credibilità (con tutto che Pennacchi sta raccontando, in soldoni, la storia della sua famiglia) di un personaggio storico che racconta la sua storia personale che è diventata, poi, Storia. Capito?

Peccato, veramente.

Poi, vogliamo parlare del titolo e della copertina? Terribili! A parte la somiglianza del tizio raffigurato con l'autore.

Curiosità:
Sito ufficiale dell'autore

1 commento:

  1. Insomma lo si potrebbe leggere...
    Mhmm...prima o poi ci provo...
    Però anche vero è che 'sto Pennacchi è monotematico: è inutile che vuoi mostrarmi gli aspetti di vite quotidiana del periodo fascista, col dire "Per 50 anni è stato peccato: ora il fascismo è stato sdoganato ed io voglio mostrare che c'era una vita normale, fatta di gente normale, anche allora, ed io sono il figlio di quella normalità, per altro non fascista". Per me è una cosa di una banalità riluttante: mia nonna era fascista fino al midollo, mio nonno per contro Partigiano e Socialista, quindi per me è sempre stato ovvio fin da piccolo una realtà che va avanti tutti i giorni in qualunque epoca politica, dalle democrazie illuminate alle dittature feroci e sanguinarie(a tal proposito, leggete le lettere dei Cambogiani ai parenti in francia ai tempi di Pool Poth); tuttavia il fatto di tacere quell'epoca aveva il senso profondo di punizione nei confronti di tutti coloro che pensarono, hanno pensato e pensano che una ideologia possa essere sostenibile anche quando sfocia in una dittatura (poi, oltretutto, il pensiero stesso che quell'ideologia possa essere minimamente corretta...mah..ci vuol idiozia...ma questo è un mio parere e la questione diverrebbe politica: evito il discorso, non è questo lo spazio adatto). Questa caterva di libri degli ultimi anni che cavalcano la sdoganatura, sinceramente, mi sembrano un arricchirsi sul sangue di vinti e vincitori fregandosene di scopi ben più alti (e di questo Pansa è certamente il leader ed il rappresentatne più laido), nonchè una dimostrazione di scarso coraggio. Non dimentichiamo che i libri sull'argomento non sono mai stati "vietati" (il primo di Pansa è del 1982), solo che non incontravano i favori del pubblico; Che coragiosi dunque scrittori ed editori di questi argomenti: gente davvero interessata alla letteratura...

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