Il cimitero di Praga

13 gennaio 2011


Autore: Umberto EcoTitolo: Il Cimitero di Praga
Editore: BOMPIANI

Collana: LETTERARIA ITALIANA

Pagine: 52
8
Prezzo: 19,50 euro

Anno prima edizione: 2010

ISBN: 45266225
8



Lavoro grandioso di ricerca e trasposizione, ma tutta questa eccellenza non rende anche grandioso un romanzo.

Tralasciando inutili e, mi azzardo a dire, superficiali accuse di antisemitismo all'autore (vedi alla fine del post), credo che siano ben altri i difetti dell'ultima fatica di Eco.

Ora, in questo caso, la parola difetto andrebbe grandemente ridimensionata, in quanto vi renderete conto anche voi che, a livello narratologico e stilistico, il libro può considerarsi esemplare per molti.

Allora cambiamo termine, sostituiamo difetto con pizzicorìo, intendendo quella sensazione di perplessità che ci fa un po' storcere la bocca mentre leggiamo. Parliamone. Sembra una minaccia!

In primis, in questo excursus sulla storia europea di fine '800, ho trovato un po' troppa freddezza in generale e, in particolare, negli innumerevoli incontri con comparse eccellenti che, la maggior parte delle volte, si riducono a meri elenchi.

A parte le figure di Garibaldi, Dumas, Nievo, Bixio e Drumont, a cui sono dedicate alcune pagine, il resto diventa quasi un indicare per riconoscere: "al salotto di tal de tali partecipava Tizio" - "Caio di cui si diceva che scribacchiava cose" e Victor Hugo che compare per 2 (o 3?) volte solo per essere descritto come un vecchio rincoglionito.

In secundis, troppe volte, il romanzato scema fino a lasciare il posto a una semplice cronaca. L'episodio dell'Affaire Dreyfus docet. Voglio dire, lo leggiamo anche sui libri di scuola, dove sta il bello se me lo racconti quasi come uno storico e ci aggiungi solo pochi altri dettgli?

In terzis, o meglio, e per ultimo la faccenda della gastronomia. Devo dire che gli intermezzi culinari di Camilleri e Moltalbàn li ho sempre trovati stuzzicanti e piacevoli, ma qui, a parte alcuni momenti, tutti inseriti nella prima parte del libro, che, non a caso, considero la migliore di tutto il romanzo, sembra di stare a leggere semplicemente delle ricette.

Anche qui, insomma, abbiamo un catalogo, soprattutto l'effetto è frequente per quel che riguarda la cucina francese. Voglio dire, è molto più evocativa la scena in cui Eco ci fa vedere una bettola sporca e lurida dove fanno la fila i pezzenti di Parigi che, con qualche spicciolo, posso permettersi il lusso di infilare un forchettone schifoso in una pentola con la speranza di raccogliere un pezzo di carne, rispetto a quando tenta di suggerire alle nostre papille gustative il sapore di qualche piatto sopraffino.

Non mi ha entusiasmato, è questo il punto. Magari mi aspettavo il seguito de Il nome della rosa, ma ho trovato solo vaghi accenni a Il Pendolo di Focault e comunque non lo stesso trasporto.

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