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Del fantasy e di altri demoni, un passo indietro

Questo è un pezzo scritto per LSCMAG nell'ormai lontano 2011. Un'intervista a Lara Manni (o chi per lei, ed è per questo che la cosa mi fece un po' girare le palle... )



Del fantasy e di altri demoni
di Elisa Scipioni

Schiva, un po’ per timidezza, come racconta nel suo blog, ma soprattutto perché “i narratori di storie non dovrebbero avere un volto: perché le storie sono più importanti di chi le racconta”, Lara Manni esordisce con un romanzo, Esbat, che nasce come una fan fiction, cioè come racconto ispirato a una storia originale, in questo caso ispirato al manga InuYasha.

Il tuo percorso editoriale non è stato quello canonico dello scrittore emergente, per lo meno facendo riferimento anche solo a pochissimi anni fa. I blog, la pubblicazione on-line, le fan fiction (dove hai mosso i primi passi), stanno diventando uno strumento sempre più fecondo e democratico, mi azzardo a dire, per trovare visibilità. Cosa è cambiato e cosa cambierà?



Fin qui, a essere cambiate sono soprattutto le fonti. Laddove, prima della Rete, gli editori cercavano nuovi autori sulle riviste, o leggendo manoscritti, ora hanno a disposizione Internet. È un passo importante, ma con i suoi svantaggi: uno dei più evidenti, secondo me, è l’essere inchiodati a un marchio di (la blogger, la fan writer… ). Quello più insidioso sta invece nell’idea che il fan writing diventi il trampolino di lancio per la pubblicazione. Ieri ho ricevuto una mail da una fan writer di undici anni che vuole diventare scrittrice, e che mi ha chiesto subito: “Quanto vendi?” Ammetto che la cosa mi ha turbato. Pubblicare non è un traguardo, è un passaggio. Scrivere è un lavoro, impegnativo come tutti gli altri. Ma non è uno status sociale. Mi sembra che l’equivoco ci sia e si stia rafforzando.

C’è ancora un forte pregiudizio sulla letteratura di genere, eppure oggi, soprattutto nel panorama italiano, il genere è quello che più di tutti sembra aver trovato un modo efficace di comunicare. Non a caso qualcuno ha parlato di New Italian Epic. Che ci si avvii verso lo sdoganamento?
Il genere ha sempre raccontato la realtà: negli Stati Uniti lo sanno benissimo e non si formalizzano. Ellroy e King ci restituiscono l’America in modo molto più potente di Jonathan Franzen, anche se è quest’ultimo a essere celebrato come il nuovo trionfatore della letteratura americana. In Italia, l’ondata di autori di giallo e noir degli ultimi dieci anni ha affondato le mani nelle zone d’ombra del nostro Paese con efficacia indubbia. Il problema è il romanzo fantastico: molto pubblicato, ma giudicato solo come un’occasione per vendere copie a beneficio dei lettori più giovani. Non è solo così. E non soltanto per il patrimonio fantastico alle nostre spalle, ma perché narratori come Valerio Evangelisti, Chiara Palazzolo, Tullio Avoledo, G.L. D’Andrea restituiscono mille volte meglio di un autore di mainstream lo spirito del tempo. Quanto al New Italian Epic: il saggio di Wu Ming è uno spartiacque, secondo me. E il lavoro che Wu Ming 4 sta facendo su Tolkien è ugualmente di enorme importanza. Mi auguro che i tasselli si uniscano fino a comporre un panorama diverso: dove il fantastico non venga sempre e soltanto identificato con la narrativa usa e getta.

Esbat e Sopdet sono comparsi a puntate su un sito di fan fiction. Come è stato il lavoro di rielaborazione per la pubblicazione?
Non lunghissimo per Esbat, molto elaborato per Sopdet, che è stato quasi riscritto dall’inizio. In realtà, già mentre scrivevo la fan fiction mi rendevo conto che stavo tradendo lo spirito del fan writing, perché stavo andando in una direzione completamente diversa.

Perché in Sopdet hai scelto di raccontarci un preciso periodo storico del nostro Paese?
Perché mi interessava guardare nella famosa zona d’ombra. Mi interessava, anzi, che una creatura soprannaturale si trovasse a muoversi nei momenti della storia italiana dove l’incertezza era massima. La prima guerra mondiale, i giorni dell’armistizio, il 1977 sono stati, anche, caratterizzati da un’oscillazione dove altri mondi possono incunearsi. Penso che sia una tentazione abbastanza comune. Non mi stupisce che King dedichi il suo prossimo romanzo all’omicidio Kennedy, ovvero al grande trauma americano. Il fantastico può essere anche il modo di elaborare il passato. Può e non “deve”, naturalmente. Non ho mai teorizzato una narrativa fantastica militante, a dispetto di quanto sostenuto da alcuni colleghi. Parlo per me e per la mia scrittura: mai per gli altri.

I personaggi femminili dei tuoi romanzi escono con prepotenza dalle tue storie, in primis la Sensei di Esbat. Quanto c’è di te in ognuna di loro?
Molto, come immagino avvenga per chiunque scrive. Una buona parte di me è in Ivy, la ragazza che attraversa le tre storie, e in ognuna delle storie impara qualcosa. Impara a crescere. Ma anche la Sensei ha dei punti di contatto con Ivy, prima di essere travolta dai suoi stessi desideri: è stata un’adolescente scontrosa e isolata e una donna distaccata, per esempio. E mi somiglia non poco. Quanto ad Adelina... non ho mai scritto di un personaggio così lontano da come io sono amandolo così tanto.

E poi c’è Hyoutsuki, il perno sul quale gira tutta la vicenda
Credo di averlo detto tante volte: per me Hyoutsuki è il Maschile Puro, l’idea archetipica della mascolinità, rappresentata in una creatura non umana, e dunque Altra, ma sottoposta ad alcune delle caratteristiche degli umani. In un certo senso, le storie raccontate in Esbat, Sopdet e Tanit, sono un lungo romanzo di formazione che ha per protagonista un demone. In un altro senso, sono la storia di un ordine che viene spezzato drammaticamente: quello in cui crede Hyoutsuki, ma anche l’equilibrio che si fonda sulla separazione fra il suo mondo e quello degli uomini. Che non possono venire in contatto, pena la catastrofe.

L’amore per il Giappone ti ha spinta ad occuparti di un progetto molto importante, Autori per il Giappone, vuoi parlarcene?
È un progetto nato “di pancia”, mentre navigavo su Internet a pochi giorni dal terremoto, e scoprivo che in altri paesi scrittori e artisti si univano per regalare i propri lavori, invitando a fare donazioni. Mi sembrava strano, e anche un po’ triste, che in Italia non si facesse qualcosa del genere. Ma evidentemente il terreno era prontissimo: è bastato uno status su Facebook, seguito da un post sul blog, per avere immediatamente decine di adesioni. Il sito, autoriperilgiappone.eu, è stato realizzato in tre giorni da un amico, Valberici, e aggiornato da altri tre amici, Diana, Luciana e Vincent, e le storie e le illustrazioni che sono arrivate sono centinaia. Quello a cui tenevo è che fossero tutti insieme: scrittori pubblicati con fan writer ed esordienti, illustratori celebri e fan artist. Con l’invito a donare a Save the Children, per tutti.

Qualche anticipazione sui tuoi futuri lavori?
Sto per iniziare la revisione di Tanit, il terzo e ultimo libro della serie. E sto riscrivendo un romanzo nuovo, titolo provvisorio Il gioco di Lavinia. Ingredienti: una donna albina, ossessionata dall’amore per un uomo che l’ha abbandonata. E un gioco di ruolo on-line. E un anno terribile, il 2005.

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