Duecento anni di orgoglio e pregiudizio sulla letteratura scritta da donne

13 gennaio 2015

Scritto nel 2013, sempre per LSC Magazine.
Nel 1813 Jane Austen riusciva a pubblicare Orgoglio e Pregiudizio, il suo adorato bambino, sotto pseudonimo. In occasione del bicentenario il bilancio è tutt’altro che negativo: il successo del romanzo sembra non doversi mai arrestare.

È eccessivamente anacronistico farne una questione di genere, ma sarebbe altrettanto scorretto far finta che gli uomini leggano i romanzi di Jane Austen con lo stesso trasporto di noi donne. Le vicende quotidiane di uno stuolo di giovinette dabbene a cavallo tra XVIII e XIX secolo non infervorano gli animi maschili, probabilmente perché le storie d’amore sono piccola cosa di fronte a quell’immensa tragedia di cui parlava Rick Blaine in Casablanca.

Sarà forse per questo: mancano i grandi drammi, le grandi tragedie, i grandi eroi e, come Jane Austen stessa ammise di fronte al suo lavoro più riuscito, Orgoglio e Pregiudizio, “è persino troppo leggero, luminoso, scintillante, manca un po' di ombre”. “Ma non diamole retta”, risponde il poeta Attilio Bertolucci “le ombre non mancano, anche se sono suggerite anziché date con neri segnacci…”
Quello che sembra essere un difetto, dunque, è in realtà la forza di Orgoglio e Pregiudizio, l’elisir di lunga vita di una storia che più di ogni altra ha oltrepassato le vastità del tempo ed è giunta a noi, abitatori del futuro, senza perdere nemmeno un grammo del suo fascino. Continuiamo ancora a sognare Mr. Darcy, seppur a tratti impostato e sgradevole, a tifare per Lizzy, a biasimare le grettezze di Mrs. Bennett e delle minori delle sue cinque figlie, ma anche quelle di una lady.
A duecento anni dalla data di pubblicazione del romanzo si sprecano i remake, i sequel, i prequel, le parodie horror o erotiche, nella maggior parte dei casi con esiti a dir poco infelici, le curiose incursioni tra i manga, i giochi di ruolo, dando vita perfino a una divertente e seguitissima web serie; e poi le citazioni e le trasposizioni cinematografiche e televisive diventate di culto.
Qual è il segreto della modesta zitella dello Hampshire, figlia di un pastore anglicano, con la mania della scrittura?
È il segreto di tutti gli scrittori di talento, di una donna che ha prodotto sei dei più grandi romanzi in lingua inglese: una verità universalmente riconosciuta. Si tratta dell’attualità dei suoi temi e dei suoi personaggi, dell’ironia che pervade ogni suo lavoro, del suo equilibrio, dello stile pungente, snello e accattivante, dei dialoghi così moderni che, molto spesso, il cinema non ha potuto fare a meno di appropriarsene tout court.
Acuta osservatrice del suo tempo, non si lascia sfuggire la possibilità di criticare certe assurde convenzioni della società in cui vive, senza troppi biasimi o troppa retorica, senza ergersi a vessillo di inutili crociate, ma con grazia sopraffina e un’intelligenza e un acume degno della sua eroina più apprezzata.
Ma, se vogliamo, c’è di più, c’è la condizione della donna in quel tempo; c’è, con molta probabilità, la sua stessa condizione di signorina di buona famiglia ma di scarsi mezzi, costretta a cercarsi un marito qualsiasi o, più onestamente, a rinunciare al lieto fine e vivere della propria penna.   

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