Non fiction novel: letterature e tradizioni

30 gennaio 2015

Scritto nel 2014, sempre per LSC Magazine.

Una nuova direzione, è evidente, sta prendendo la letteratura italiana, in maniera sempre più macroscopica, negli ultimi anni. Stiamo assistendo a un coinvolgimento sempre più massiccio della realtà non solo in narrativa, a dire il vero, ma anche in altre forme di comunicazione.
È lampante quanto il cinema abbia sfruttato questo concetto: basti citare solo il caso di Philomena, nominato agli Oscar di quest’anno anche per la sceneggiatura non originale tratta dal libro di Martin Sixsmith sulla storia vera di una donna alla ricerca del figlio che fu costretta a dare in adozione.
Se, come è ovvio, non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo in area anglosassone, è evidente come in Italia ci sia stato un vero e proprio boom negli ultimi anni, con contaminazioni tra vari generi anche di una certa qualità e importanza: pensiamo solamente al successo di Romanzo criminale del giudice Giancarlo De Cataldo pubblicato nel 2002 e ispirato alle vicende della banda della Magliana. Ne sono stati tratti un film e una serie televisiva di popolarità fin troppo eclatante.

In narrativa, parliamo di un genere abbastanza definito: il non fiction novel. Capostipite indiscusso del genere è, senza dubbio, A sangue freddo di Truman Capote, progenitore ed esempio riuscitissimo di un raffinato amalgama tra realtà e creatività. La storia brutale dell'assassinio di un'intera famiglia del Kansas da parte di due ragazzi, un crudo episodio di cronaca nera raccontato e carpito dalla bocca dei protagonisti, diventa un reportage romanzato di forte valenza stilistica oltreché d'impegno.

Fortissimo l'impegno, lo spessore civile e di denuncia di Gomorra (magari meno valido sul piano formale), il caso e il modello italiano che ha dato nuovo slancio a questa nuova stagione di “ritorno alla realtà”. Da qui si sono succedute tutta una serie di pubblicazioni, più o meno valide, più o meno attinenti al genere. Tuttavia, è già di per sé difficoltoso dare una precisa definizione di non fiction novel e, dunque, molto difficile stabilire i canoni entro cui uno scritto possa definirsi tale.
Nel genere può entrare l'inchiesta, il documentario, addirittura il memoir, la biografia o l'autobiografia, come insegna Walter Siti, che riesce ad andare anche oltre con Resistere non serve a niente (non solo per aver vinto il Premio Strega) impostando una nuova retorica e nuovi temi (rispetto a sé stesso). In questo caso il suo “qui e ora” è altamente rispettato.

Sostanzialmente possiamo parlare di non fiction novel quando assistiamo alla commistione di fatti reali e di fantasia. Ma è proprio partendo da questa definizione che Paolo D'Angelo, alla fine del suo saggio Le nevrosi di Manzoni, soffermandosi sulla narrativa contemporanea, effettivamente, fa un balzo indietro citando I Promessi Sposi e tutta la riflessione teorica di Manzoni sul romanzo storico, che sembrerebbe rispuntare nella letteratura più recente, e che ripropose lo stesso Manzoni nella Storia della colonna infame.

La mattina del 21 di giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani, che pareua che scrivesse.

C'è, oltretutto, in Manzoni un aspetto fondamentale che ritroviamo in questo tipo di narrativa, ed è il fattore denuncia. Ora, a parte l’eterna disquisizione se l’arte sia valida o meno solo se di impegno civile (e, ad ogni modo, non lo è tutta?), è evidente quanto la tendenza a smascherare, portare fatti concreti e perfino quotidiani in rilievo sia un aspetto preponderante del genere.

È, allora, solo per questo motivo che oggi il non fiction novel sembra essere così privilegiato? Una risposta al postmodernismo, si dice, una risposta all'11 settembre, perfino. Sì e no, nel senso che in ambito italiano sono due eventi che hanno influito solo marginalmente sull'arte nella sua totalità.

L'impegno civile, politico sembra esistere solo abbarbicato al realismo, ma è evidente una forte esigenza di parlare del presente o del passato recente di questo Paese. È indubbio, come abbiamo visto, che esiste “un meccanismo di mercato molto forte che include tutti i media” (Raffaele Donnarumma Nuovi realismi e persistenze postmoderne: narratori italiani di oggi) e che di certo incoraggia il genere.

Esigenze di mercato e spinta all'indagine insieme hanno rinvigorito un filone che in Italia ha sempre avuto più o meno fortuna, da Manzoni, come abbiamo visto, passando per Sciascia (La scomparsa di Majorana o il più saggistico L'affaire Moro) e finendo alla notevole produzione contemporanea, con quell'esigenza, tutta del belpaese, di gettare luci su misteri che sono in ombra da anni.

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